La cultura a destra e il fatalismo delle radici profonde

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Glifosate e cioccolata: perché i diserbanti sono un po’ come la cioccolata per il vostro cane

Della nobile funzione dei diserbanti. Di come la convenzione di Ginevra non fosse del tutto chiara sull’uso di diserbanti per stanare i Charlie. Del diserbante più amato dai complottisti. Di come essendo suo malgrado amato dai complottisti venga addirittura venerato dai debunker. Di come l’essere/o non essere cangerogeno non ci dice nulla sulla tossicità di un qualcosa. Dei video rassicuranti che ci dicono che va tutto benissimo e il glifosate è come la cioccolata per il vostro cane. Di come la Reuters racconti che è il diavolo è nei dettagli

Avvelenamento

Il glifosate (o glifosato) è un diserbante e come tutti i diserbanti serve a “limitare” la proliferazione di piante infestanti. Potranno avere uno spettro di applicazione più o meno ampio e molteplici potranno essere i meccanismi di azione, ma il risultato di un diserbante è sempre quello di far “seccare” le piante che non ci interessano. Tant’è che il vecchio contadino vi parlerà di disseccanti.

Il concetto di utilizzo “contro le piante infestanti” è piuttosto ampio. Dalle piante che ostacolano le coltivazioni a quei pochi fili d’erba che magari provano a spuntare in mezzo al parcheggio cementificato di un centro commerciale. Questi gli utilizzi attuali. Ma fino a una quarantina d’anni fa potevano essere classificate infestanti anche le foreste tropicali piene di rivoltosi comunisti. Dato che per le convenzioni di Ginevra non si poteva gasare direttamente i vietcong, la soluzione ottimale era spargere prima defolianti, diserbanti “per piante a foglia larga”, attendere che gli alberi della foreste indocinesi perdessero la loro chioma, individuare i charlie sotto gli alberi rinsecchiti e poi bombardarli con il napalm.

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Prima e dopo, fonte Wikipedia

L’uso dei defolianti in Vietnam andò avanti dal 1961 (Kennedy) fino al 1971 (Nixon). C’è da dire che non era un’idea originale… il Regno Unito l’aveva già usata in Malesia nei primi anni’50, sempre per lo stesso motivo, anche se su scala “minore”.

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Un camion antincendio dell’esercito britannico sparge defolianti in Malesia. Ironia della Storia, erano gli stessi anni in cui i “pompieri” di Ray Bradbury arrivavano in libreria

Il famigerato Agente Arancio conteneva diossina. Sugli effetti della diossina nulla da aggiungere, ma i diserbanti di oggi sono prodotti che non hanno nulla a che vedere con i loro antenati. Forse che l’uso indiscriminato e su larga scala fatto in passato contribuisca ad ammantarli di un aura oscura e immeritata? Forse.

Ma non bisogna dimenticare che restano agenti tossici anche sul mondo animale. Il glifosate ha un LD50 (dose letale per almeno il 50 % dei campioni) è di 5 mg/kg per i ratti. Presi 100 ratti campione da 1 kg ciascuno e dando a ciascuno di essi 5 mg di glifosate puro, 50 muoiono. Sarebbe curioso da sapere che succede agli altri 50, mitridatizzazione?

Ma i ma sull’uso dei diserbanti in agricoltura oggi non finiscono qua. I diserbanti non servono solo per contrastare le piante infestanti ma sono largamente utilizzati anche “semplificare” il raccolto dei semi, granaglie in primis.

D’altronde il grano lo si raccoglie in giugno quando le spighe imbiondiscono. Imbiondiscono perché la pianta si è seccata ed il seme maturo è pronto per essere o rilasciato dalla pianta o raccolto dall’uomo. Allora se per raccogliere il grano le piante devono essere “secche” al punto giusto perché non dare una bella spruzzata di diserbante per andare a mieterle a puntino?

Staging
Andremo a mietere il grano cantava Luiselle, ma non prima di avergli spruzzato una bella dose di diserbante/disseccante/erbicida

Quest’uso è sempre più di tendenza nelle americhe, tant’è che la solita multinazionale ha brevettato un tipo di semente OGM con una resistenza ottimale al glifosate, che consente sia di irrorare con abbondanti dosi sia per eradicare le erbacce, sia per favorire “la maturazione” quando si andrà a mietere.

Multinazionale, OGM, uso su larga scala di diserbanti. Ovvio che i complottisti ci vadano a nozze. Ne hanno parlato anche Le Iene. D’altronde se l’LD50 del glifosate sui ratti è di 5 mg/kg sull’uomo la questione è più dibattuta. Causalmente, dicono i complottisti, nell’elenco delle sostanze cancerogene dello IARC, International Agency for Research con Cancer, il glifosate è classificato come potenzialmente cancerogeno!

Classificazione 2A!

Gliph

Peccato che la classificazione 2A è la stessa assegnata alle carni rosse. Le carni lavorate hanno classificazione 1, la stessa dell’Arsenico…

Carne
Ricordate le polemiche sulla carne rossa?
Arsenico
Per lo IARC l’arsenico e il salame del contadino sono la stessa cosa (e il salame del contadino violerà sicuramente qualche normativa EU sulla tracciabilità)

Quindi l’arsenico e la carne lavorata sono nella stessa categoria, così come il glifosate e la carne rossa. Il fatto è che la classificazione riepilogativa dello IARC è totalmente inutile: non tiene conto né delle quantità né delle modalità né del tempo per cui ci si espone all’agente cancerogeno di turno.

Ma è proprio nella sua assoluta inutilità che sta anche l’assoluta utilità di una classificazione come quella dello IARC. Inutile da un punto di vista scientifico consente però di creare delle narrazioni artefatte che possono muoversi agevolmente dall’estremo allarmismo all’estrema rassicurazione: «in fondo è potenzialmente cancerogeno come la carne rossa, ma sicuramente meno di salami e sigarette».

Fazioni da stadio piuttosto che fatti. Così mentre i complottisti partono per la tangente (Gli OGM! Big Pharma che paga lo IARC per occultare le ricerche della Verità impedendomi di mangiare il salame! Il servizio de Le Iene!) la reazione dei debunker non si fa attendere.

Ed è una reazione assai particolare premesso che alcune affermazioni dei complottisti sul glifosate sono da prendere con le molle: ne hanno parlato persino alle Le Iene, che raramente si sono rivelati campioni di scientificità.

Ma grazie allo IARC la campagna di debunking pro-glifosate ha raggiunto vette inenarrabili.

Il glisofate e la cioccolata
Poisoning is only a question of perspective (dall’audio del filmato)

Quello che compare è uno screenshot del video esplicativo su OGM fatto dal canale YouTube Kurzgesagt – In a Nutshell  (di cui avrete sicuramente visto quello sull’Unione Europea o quello sulla crisi dei rifugiati)

https://www.youtube.com/user/Kurzgesagt

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Dopo il video sugli OGM Kurzgesagt – In a Nutshell qualche oscuro funzionario dell’Unione Europea è già al lavoro per etichettare così tavolette di cioccolato (di cui pure i belgi parrebbero ghiotti) e di pacchetti di caffè

Lo screenshot e l’affermazione ivi riportata (l’avvelenamento è una questione di prospettiva) sono relativi all’utilizzo di piante OGM che producono sostanze tossiche per gli insetti infestanti. Dopo si roboante affermazione (d’altronde che la cioccolata e il caffè facciano male a cani e insetti è risaputo, ma non ho mai letto su una tavoletta di cioccolata “Non disperdere nell’ambiente – Tossico per gli animali acquatici” come invece capita sulle latte di diserbante) si passa proprio alle piante OGM resistente ai diserbanti. Dopo un’intemerata sui pericoli dell’agricoltura intensiva, la conclusione del video è che in realtà le sementi OGM consentirebbero di ridurre l’uso di pesticidi e diserbanti.

 

Un lavoro di primordine che per ricordarci che questo è il migliore e, sopratutto, unico dei mondi possibili. Propaganda davvero invidiabile, anche i cartoni di Zio Walt per lo sforzo bellico nella seconda guerra mondiale non arrivavano a tanto.

Si superano insistendo sul “non tutte le tossicità sono uguali per le diverse specie viventi”, affermazione vera. D’altronde il famigerato Zyklon B era un pesticida, e il suo principio attivo era usato in agricoltura fin da fine ‘800.

Inevitabile che si arriva alla scenetta del cane e della cioccolata. Se il cane mangia la cioccolata muore, tu che sei il padrone no.

Il glifosate allora è come la cioccolata?

Ai posteri l’ardua sentenza. O forse no. Perché dopo Le Iene è arrivata la Reuters a raccontare una strana storia.

Reuters
La Reuters insinua

Incipit

Sinteticamente nell’articolo della Reuters si ipotizza che l’approccio della IARC sia stato fin troppo esagerato sui possibili rischi del glifosate (altro che carne rossa)! E che anzi la classificazione 2A sia stata ottenuta omettendo i risultati di alcuni studi. Gli studi non sarebbero stati utilizzati perché non ancora pronti (maturi?) per la pubblicazione.

Succo

Quindi il complotto c’era, ma era contro il Glifosate! D’altronde lo j’accuse della Reuters è supportato anche da dirigenti della Monsanto! Ma il dibattito impazza tant’è che la California pensa di fare a meno dei suggerimenti dello IARC.

Reuters California
D’altronde la Monsanto è stata venduta alla Bayer e quindi gli USA possono cambiare approccio?

Una storia ancora in evoluzione. Ma nel frattempo rimangono nella parte rispettabile  di Internet, quella del fact-checking e dei debunker i video rassicuranti.

Forse il glifosate non sarà come la cioccolata…

Ma come insegna Orwell di 1984 le razioni di cioccolata non possono che aumentare. E una trovata come quella che fa diventare l’avvelenamento una questione di prospettiva renderebbe orgogliosi i funzionari del Ministero della Verità.

 

La finestra di Overton dell’impensabile

Di come oggi il diavolo abbia imparato a fare pentole e coperchi. Di un articolo confessione su BBC Three. Di una polemica metaletteraria che in realtà ci insegna a guardare sotto una nuova luce un idolo delle sinistre. Dei punti focali di una nuova narrazione che riprende temi già noti. Della flebile speranza che chi impone questa nuova narrazione possa fallire, non conoscendo il principio di non contraddizione.

Sempre più raramente dopo la lettura di un giornale, cartaceo o online, dopo la visione di un notiziario si riesce a trovare il benché minino senso a quello che succede. Gli slogan sono urlati e le folle vi credono ciecamente nonostante la verità fattuale porti in altra direzione. E il giorno dopo si può urlare e gridare l’esatto contrario, e nessuno se ne accorgerà.

Viviamo in un caos orwelliano. E quelle poche volte che scorgiamo un senso in quello che i media ci propongono esso è un presagio oscuro. Nel precedente articolo chiudevo con una doppia immagine:

Grafiche
Comunione d’intenti grafica. Comunione d’intenti propagandistica

Due articoli, uno sull’Huffington Post, uno sul blog di BBC Three che propongono una nuova narrazione. Narrazione che esplicitamente, o solo indirettamente, arriva alla conclusione impensabile: «La pedofilia è da condannare ma…»

Il ma di ogni articolo si completa nell’altro. Da un lato la vita vissuta di un uomo e la sua devianza che si rivelerà curabile. Dall’altro una polemica letteraria che diventa biografica per tirare in ballo un personaggio famoso in odore di “santità laica” arrivando a ponderare l’imponderabile: che se persino lui, un mito della sinistra, un santino da sceneggiato Rai, potesse aver avuto “quei pensieri” innominabili. E che in fondo i “bambini” non sono necessariamente innocenti.

Certamente un caso. Ma la sensazione è quella che ci si trovi di fronte a due articoli per iniziare a stuzzicare l’opinione pubblica su un argomento che dovrebbe essere “impensabile”, a far iniziare a scivolare la finestra di Overton per includere una narrazione prima impossibile.

L’inizio di questa narrazione, di questa radicale inversione di paradigma, un un approccio estremamente diretto:

BBC3Bis
Dritti al punto

Un virgolettato che non la manda a dire. Soprattutto tenendo conto che la BBC pochi anni orsono è stata al centro di uno scandalo pedofilia legato al conduttore radiofonico Sir Jimmy Savile, personaggio di punta della programmazione nazionale. Per più di quarant’anni protagonista di programmi di successo mentre in camerino compiva abusi e violenze. Non solo in camerino, anche negli ospedali dove era conosciuto per le sue munifiche opere di beneficenza, e dove pare che le sue “filie” lo portassero persino nelle camere mortuarie. Eppure era amato da un largo pubblico ed era stato perfino nominato Sir! Tutte questo nonostante le voci sulle sue devianze non mancassero, ma le celava sotto la semplice etichetta di gentiluomo stravagante. Etichetta e titolo di baronetto che gli consentirono di trascorrere in pace i giorni su questa terra, visto che l’inchiesta giornalistica e poi penale sulle sue devianze si aprì solo a bara ben chiusa.

Storia vecchia e finita nel dimenticatoio. Ergo BBC Three può permettersi di approcciare al riduzionismo del fenomeno introducendo nella narrazione il concetto del “non-offending paedophile”. Quello buono: non importuna i bambini ed è anche curabile!

Per introdurre un concetto di tale portata opta per la narrazione in prima persona, e necessariamente ci deve essere l’immancabile esperienza traumatica.  Esperienza traumatica essa stessa riduzionista: la madre che lo asciuga e lo accarezza dopo il bagnetto, usando per accarezzare il termine, fondle, volutamente ambiguo:

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Ecco il trauma. La scintilla che innesca la devianza è un tocco materno a cui potremmo essere stati tutti esposti. Ma l’opinione pubblica può stare tranquilla, se si rimane “non-offending” ci si può anche curare (certo verrebbe da domandarsi se l’autore nella categoria del non-offending includa solo chi privatamente e in casto silenzio chiede perdono per i suoi pensieri devianti, o anche chi pur “non-offending” indugia sulla passione attingendo a materiali da internet…).

BBC3Incipit2

Una narrazione buona per allargare la finestra di Overton sull’argomento impensabile. Riassumendo si insiste su due aspetti di definizione del contesto:

  1. La pedofilia è sempre indotta da un trauma
  2. La pedofilia è curabile (leggendo quella testimonianza, si parla di un processo di cura iniziato nel 1972 verrebbe da chiedere alla BBC se non fosse il caso di proporlo anche al Sir Savile)

Questo necessariamente in quanto al momento per l’opinione pubblica il fatto che sia una devianza terribile è ancora una granitica certezza.  Introducendola come una devianza curabile, mantiene così una chiara separazione con le infinite sigle di comportamenti sessuali più o meno devianti che sono innate e giammai curabili. Certo è che quella lista di comportamenti innati, naturali e insindacabili, si è allungata parecchio. Come ci ricorda l’ineffabile BBC Three in un altro tweet:

BBC3IncipitSigle
La P sta ancora per Pansexual, tranquilli

Ma quei due elementi rappresentano solo il contesto. L’elemento qualificante (o dovrei dire squalificante per gli effetti disastrosi che porterà in futuro) di questa nuova narrazione tesa a rendere pensabile l’impensabile è un altro: non va demonizzata. Se la demonizzi rischi che il poveretto in cerca di aiuto diventi cattivo. Lo stesso ragionamento per cui l’islamista radicale diventa terrorista per colpa dell’islamofobia.

D’altronde il “non-offending” non compie abusi per definizione.

Il “non demonizzare” in questa narrazione ricorda molto la spiegazione del leggendario regista russo Nikita Mikhalkov della finestra di Overton, dove l’agire passo passo sulla finestra di Overton serve a legalizzare il cannibalismo.

Quello che manca alla “potenziale” strategia di BBC Three e che dimentica Mikhalkov è l’altro elemento super-qualificante per una “narrazione” veramente vincente: scoprire che un mito del passato, amato ed apprezzato oggi giorno, fosse un esponente del fenomeno che si vuole sdoganare.

E questo è proprio l’elemento determinante che ritroviamo nell’operazione condotta in seguito alla pubblicazione del romanzo Bruciare tutto di Walter Siti dedicato al leggendario Don Milani.

Inizialmente sembrava una questione secondaria legata al vecchio meccanismo di far scandalo per vendere qualche copia in più. Non che il romanzo di Siti non fosse già ampiamente scandaloso di per se. Protagonista un prete pedofilo, diventato tale per colpa delle molestie subite da un prete quando era bambino. Il più classico dei cliché. Ma il protagonista di Siti è proprio un “non offending”, uno di quelli di BBC Three, che controlla e contiene la sua perversione malata. Elemento topico del romanzo il fatto che improvvisamente un adolescente gli si offra, lui resista, ma il giovane rifiutato si suicida e i tormenti del prete prendono il sopravvento.

Non entro nel merito della trama, la letteratura serve anche a proporre domande scomode o impensabili. Occorre sottolineare che il potenziale scandalistico della trama appariva evidentemente insufficiente all’autore. Non bastevole l’intreccio estremo ecco comparire una dedica dell’autore a Don Milani, icona della sinistra e della chiesa post-sessantottina. Dedica che insinuerebbe come il protagonista del romanzo di Siti fosse ispirato a Don Milani. Quindi che l’icona della chiesa sessantottina avesse avuto le stesse tendenze. La prova? Alcune lettere in cui si userebbero parole un po’ forti in relazione all’affetto per i ragazzi della sua scuola e che erano già servite per confezionare un oscuro saggio pubblicato nel 2002, Il buio della libertà. Storia di don Milani. All’epoca il dibattito fu limitato. Si sentenziò che quello di Milani era uno stile paradossale (era pure fiorentino e qualche parola forte in Toscana scappa sempre, boia di un pretaccio). Chissà che non fosse anche uno stile stravagante.

Ma quella che ricorre nel 2017 è una polemica ben più ampia: una reazione a catena che sembra quasi montata ad arte. Prima un’altra scrittrice e docente universitaria (guarda caso con un libro in uscita) che accusa Siti di infangare e insinuare. Siti che si difende citando i passaggi delle lettere in questione (che guarda caso sono in uscita per I Meridiani Mondadori) e così via. Classica polemica per vendere un po’ di libri?

Forse no, visto che incombe il cinquantenario della scomparsa del grande pedagogo.

RepMilani
Papa Francesco e la Repubblica fanno le cose in grande. Tanto l’Huffington post è dello stesso editore, quindi affermare che l’azione sia coordinata non è poi così cospirazionista

E che tra una polemica letteraria e l’altra Silvia Ronchey su Repubblica afferma: «…fin da adolescente, artista bohémien dalla non celata omosessualità nella Firenze di fine anni Trenta…».

Più che una rimbalzo di polemiche letterarie per creare un po’ di hype come si dice oggi, sembra ben altro. Continuare l’opera di glorificazione di una figura molto amata da una certo tipo di narrazione, Lettera ad una professoressa e “I Care” scritto sul muro. Fermare anzitempo l’eventuale opera di decostruzione del mito con un’ardita opera di triangolazione che ne mette in mostra i potenziali scheletri nell’armadio, dissimulandoli con la cortina di fumo della polemica letteraria.

Tant’è che l’ultima intervista di Siti sull’argomento non ha più tutti i distinguo delle prime interviste. Appare quasi tra le righe che si possa dare per scontate le “molteplici tendenze”.

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Niente distinguo… Sarà mica stato anche lui un “non offending”?

Le “pulsioni” non sono più una questione di dibattito metaletterario. Con l’articolo quindi si compie un passo ulteriore. Abbiamo un santo delle folle che si scopre in potenziale vittima di pulsioni. Se non fosse un atto di bispensiero estremo viste le narrazione imperanti contro la Chiesa Cattolica Romana, verrebbe quasi da dire: «Avranno mica trovato un prete pedofilo buono?»

Non demonizziamo. Ma andiamo oltre, perché l’articolo dell’Huffington post non consente solo di trovare il santino del “non-offending” bello e pronte che permetterà alle anime candide di una certa narrazione di poter dire: «Guarda che illustre esempio di non-offending…»

Non soddisfatto si consente un ultimo passaggio per completare la nuova narrazione. Ovvero che il deviante può essere provocato da quella dovrebbe essere la sua potenziale vittima. Come la sinossi del libro di Siti, i bambini non sono tutti innocenti. Il bambino tentatore. Un’operazione impensabile che può essere compiuta solo con una confessione in prima persona, tornando quindi al modus operandi di BBC Three.

Siti chiusura

Siti ci racconta delle sue pulsioni infantili. Ma ci rassicura che non è una giustificazione, anzi lamenta che non se ne può parlare, perché si rischia di essere accusati di giustificazione. L’argomento è delicato, giusto fare tutte queste precisazioni, ma è lecito ricordare l’adagio excusatio non petita accusatio manifesta.

O forse, più che l’adagio, vale la pena ricordare gli scritti del nostro più grande teorico degli studi di genere, Mario Mieli.

Mieli

I bambini hanno pulsioni. I bambini vanno liberati. Non si tratta certo di giustificazione del fenomeno, ma di mera riflessione teorica. Certamente questo è l’ultimo passaggio di questa nuova narrazione:

  • Il non-offending che non deve essere demonizzato
  • La Storia che ci offre esempi illustri di non-offending che possiamo ricordare con orgoglio
  • Le pulsioni infantili che non giustificano (“Nessuno pensa ai bambini!”)
  • L’educazione “tradizionale” che reprime (“Nessuno pensa ai bambini!”)
  • Il trauma come elemento scatenante e la possibilità di una cura

Sicuramente quei due articoli sono solo un caso. Ma il modo in cui si combinino tra loro per proporre una nuova narrazione dell’impensabile non è solo un artificio retorico. Gli elementi ci sono già tutti, e la lettura della finestra di Overton come modello dinamico ci dice che non esistono “argomenti” che non possano essere accettati dall’opinione pubblica.

Ma in questo c’è una parziale consolazione, l’ultimo punto.

La narrazione per il momento richiede l’elemento scatenante e la cura. La mette quindi in aperta contraddizione con tutte le lettere del fantastico mondo LGBTTQQIAAP che premettono come siano condizioni “naturali e non sindacabili”. Ma se esiste una devianza, una perversione, che può essere curata e che ha delle cause ben definite, allora non è possibile che qualche altra tendenza, di quelle “moralmente” accettate, non possa ricadere nella casistica della curabilità?

Insistere su quel punto potrebbe incrinare anni di conquiste, ed è probabile che venga presto abbandonato nelle prossime narrazioni, anche se chi opera queste narrazioni ignorare il principio di non contraddizione. Flebile speranza.

La conclusione deve essere necessariamente un’altra. Speriamo che non venga mai quel giorno in cui dirò: «Ve l’avevo detto»

La finestra di Overton: l’impensabile e l’innominabile sono solo una questione di punti di vista

Di come ci sia una finestra che non si apre e non si chiude ma semplicemente scorre.
Di come essa scorrendo può far entrare nelle nostre vite di tutto.
Di come il nostro impensabile a breve potrà diventare “sentire comune”.
 
Quali sono le idee scontate, accettabili, popolari, nei confronti dell’opinione pubblica? La percezione di quello che è scontato, accettabile, si muove solo sull’asse “novecentesco” di destra-sinistra? Ciò che è scontato a destra è respinto a sinistra. E viceversa.
Ma lo schema novecentesco inizia a scricchiolare nella contemporaneità. Le classificazioni e i modelli possibili sono innumerevoli ma una in particolare a iniziato a imporsi negli ultimi anni. L’onnipresente Wikipedia, colei che tutto sistematizza, ne inizia a parlare solo nel 2006.
 
Il modello è quello proposto dall’oscuro Jospeh Overton di mestiere pensatore di un think thank politico “di provincia” (Per provincia si intende lo stato del Michigan, quello di Detroit e delle Big Three un tempo locomotore della industria e della tecnologia a stelle e strisce, ormai in un limbo post-deindustrializzazione).
L’oscuro pensatore dell’oscuro think thank alla fine degli anni ’90 propose una nuova rappresentazione di come l'”idea politica”, il messaggio del candidato, potesse essere inquadrata e percepita dall’opinione pubblica. Una rappresentazione che prescindesse dallo schema binario Democratici/Repubblicani tipico degli Stati Uniti.
 
Il suo modello ebbe un’inspiegabile fortuna postuma (la voce di Wikipedia su Overton si limita a ricordare che morì nel 2003 per le ferite riportate in un incidente aereo) e che negli ultimi tempi è diventata un must per ogni cospirazionista che si rispetti.
Il modello nasce con uno scopo qualitativo: «Il messaggio del tal politico come si posizione nel “comune sentire” dell’opinione pubblica?». Ma lo stesso modello della finestra di Overton è quello che meglio descrive la fortuna (e il successo) delle campagne per
il riconoscimento dei diritti LGBT definite da Kirk e Madsen nei volumi “The Overhauling of Straight America” (1987) e del più noto “After the Ball: How America Will Conquer Its Fear and Hatred of Gays in the ’90s” (1989). Nei loro libri Kirk e Madsen postulano come per avere successo la campagna per i diritti LGBT debba passare dalle chiassose e colorate rivendicazioni anni ’70 ed ’80 ad un processo più strutturato in cui cambi radicalmente la percezione dei diritti LGBT nei confronti dell’opinione pubblica.
 
Quello di Overton nasce come modello statico”statico”: determinare la possibilità di “vendere” la proposta politica ai media. Al centro del suo modello lo status quo, il diritto o norma attuale. Allontanandosi dal centro le idee popolari o diffuse (quelle che vanno sempre bene), quelle sensate, quelle accettabili, le posizioni radicali e infine l’impensabile.
Se il centro è la norma attuale, gli estremi non sono le visioni politiche estreme destra/sinistra, ma semplicemente l’approccio più libero (un libero che può essere inteso sia come liberale che come deregolamentato) e il suo contrario.
Overton_Window_diagram.svg
La finestra di Overton con la classificazione proposta da Treviño (da Wikipedia)

 

Fin qui nulla di nuovo. Un altro modello è quello delle sfere di Hallin, riferita alla copertura mediatica di un fatto, che definiscono consenso, controversia, devianza.
Hallins-Spheres
Le sfere di Hallin: consenso, controversia legittima, devianza
 
Ma il modello della finestra di Overton ha un vantaggio incomparabile: non si limita a fotograre l'”idea politica” in un dato istante dell’opinione pubblica come le altre rappresentazioni.
La finestra di Overton è un modello dinamico: vado a considerare come si è mossa la finestra della senso comune nei confronti di una data visione politica. L’idea politica è fissa, a variare è la percezione da parte del pubblico.
 
Un po’ come negli anni ’50 (ai tempi delle costituzioni più belle del mondo nate in risposta al nazifascismo ) il suffraggio universale era un qualcosa che non poteva assolutamente essere messo in discussione.
Mentre dopo Brexit e Trump capitava di leggere:
Rivista Studio.png
“Democrazia e suffraggio universale sopravvalutati?” per anni l’unico a pensarla così è stato il Robert A.Heinlein di Fanteria dello Spazio, ma temo che ai radical chic l’illuminazione non sia arrivata leggendo i caposaldi della Fantascienza
Dal punto di vista matematico la finestra di Overton è l’introduzione della derivata mentre ancora tutti si gingillano con spazio e tempo.
 
E una volta che si ha il modello “dinamico” perché non sfruttarlo per definire quando l’opinione pubblica sarà pronta ad accettare come “comune sentire” qualcosa che oggi è controverso. L’operazione fatta a suo tempo dal mondo LGBT cogliendo i suggerimenti di Kirk e Madsen.
 
Avete nella vostra agenda politica un’idea legittimamente controversa (legalizzazione delle droghe leggere, eutanasia, prostituzione) e volete che la vostra agenda diventi un successo?
A che punto della finestra di Overton si colloca la vostra idea? Bisognerà iniziare a lavorare sull’opinione pubblica per far diventare la posizione radicale (o deviante) prima come tutto sommato accettabile (“chi sei tu per giudicare?”), poi far capire che potrebbe essere accettabile (“chi sei tu per negare un diritto?”), poi pian piano farla diventare da sensata a popolare (in quest’ultimo passaggio il mestatore della propaganda opterà per argomentazioni alla “I bambini! Non c’è nessuno che pensa ai bambini!” anche se la normativa non riguarda i bambini).
Questo è perfettamente funzionale a qualunque contesto e a qualunque colore politico. Assistiamo infatti contemporaneamente a campagne per legalizzare e liberalizzare le droghe leggere  (ricreazione personale dell’individuo e agricoltura della canapa), legalizzare e deregolamentare l’eutanasia (diritti individuali (la vita è mia), ma sopratutto etica dello stato). Di contro altri aspetti che riguarderebbero lo stesso spettro (diritti dell’individuo – “il corpo è mio” – e ricreazione personale in senso molto lato) vengono irrigiditi (vedi argomento prostituzione).
La percezione dell’opinione pubblica cambia. Una buona agenda, quella di Kirk e Madsen, può far cambiare idea all’opinione pubblica.
Ergo, dicono i complottisti, tutto è possibile.
Anche che tra vent’anni magari la reversibilità delle pensioni ci sarà solo per gli animali di affezione (“è solo un cucciolo”; “ha permesso al de cuius di passare gli ultimi anni in assoluta serenità”; “non vorrete mica mandarlo in canile, o peggio, abbatterlo”…). Mentre sarà vietata alla vedove dei dipendenti pubblici (“i dipendenti pubblici sono notoriamente parassiti”; “il matrimonio non è un contratto di sussistenza”; “il mantenimento è un retaggio maschilista e patriarcale”; “se la signora è abile può lavorare, se è ancora piacente può trovare un altro marito… Altrimenti? Beh, cadrà in depressione, e allora cosa c’è di meglio dell’eutanasia per chi non trova più stimoli a stare in questa valle di lacrime?”…)
 
Patrimonialista
Gli ermellini hanno scritto patrimonialistica ma più di qualche femminista ha letto patriarcale
 
Una trovata paradossale per chiudere un articolo del blog?
Forse. O forse spulciando i giornali l’ipotesi che state leggendo non è così peregrina, anzi tra un cucciolo, una riflessione di Attali, una tirata contro le pensioni di reversibilità, e il mantenimento come retaggio patriarcale, chissà magari il dubbio che uno spin doctor sia già al lavoro verrà anche a voi.
 
Per adesso è certo che il confine di un’altra finestra di Overton stia iniziando a “tremolare” e la distinzione tra impensabile e inaccettabile forse si stia stemperando tra una blanda devianza e una “posizione radicale”.
Due pezzi da blog, l’uno sull’Huffington italiano e l’altro su BBC 3, sono poca cosa.
Semplici paranoie.
 
Grafiche
Scelte grafiche di tendenza per la primavera-estate del 2017
 
Semplici paranoie che un’altra finestra di Overton abbia iniziato a scivolare nel sesto mese dell’A.D.2017.
Meglio cacciar via queste fosche visioni con un bell’articolo che spieghi quale e come si stia spostando questa finestra di Overton. D’altronde le previsioni dei complottisti non si verificano mai. Tanto meglio così allora.
 
 
 

Tutti i fact checking contro le Fake news sono uguali (ma necessariamente qualcuno è più uguale degli altri)

Di come l’assunto orwelliano “All animals are equal but some animals are more equal than others” valga anche ai tempi della lotta alle Fake news. E di come di fronte ad un fact checking poco gradito, anche il miglior paladino della lotta alle Fake news possa minacciar querele.

E’ una radiografia. Una bambina con nel petto quello che sembra essere un proiettile da 23 mm tipo quelli in uso nelle mitragliere antiaeree ZU-23. L’immagine è drammatica, ma dietro c’è una storia ancor più drammatica, 30 ore ferita con quel proiettile in petto prima di arrivare in ospedale.

Strada

Una ferita grave ma non mortale con un colpo di grosso calibro sarebbe perfettamente plausibile: un colpo deviato, di rimbalzo, che ha perso tutta la sua energia cinetica. Ma c’è un dettaglio, il proiettile, dalla radiografia non sembrerebbe deformato, quindi questo farebbe venir meno l’ipotesi più probabile.

Ma, al di là della povera vittima, leggendo uno dei commenti finale viene il dubbio che il fact checking e il debunking non siano sempre graditi di questi tempi.

Forse che a star dal lato sbagliato della narrazione a fare il debunker si becchino solo querele?

Smonta le Fake news1
Tutti i debunking sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

Trump mit uns! di Frau Merkel e il destino dell’Europa

Della narrazione Merkeliana dopo il G7 di Taormina e del destino dell’Europa. Di quando il germanico alleato parla di destino manifesto e degli illustri precedenti. Di come non sia il caso di gridare Achtung! Achtung! ma di un gradevole spettacolo di Facite Ammuina.

Dopo il G7 di Taormina, Frau Merkel è tornata a parlare di “Destino dell’Europa”. Il fronte “più Europa” è andato necessariamente in brodo di giuggiole.

Post, destino manifesto
Destino nelle nostre mani, tra un boccale e un Brezel

In realtà già da prima del famigerato incontro ufficiale di marzo a Washington quando Trump non strinse la mano al Cancelliere…

Stretta di mano
Poiché la narrazione dei media racconta che Trump rifiutò di stringere la mano alla Merkel, questa foto è chiaramente un falso. Fake News!

I giornali italiani non si facevano pregare di parlare di Merkel e destini d’Europa:

Sole, destino manifesto
Il titolista volava alto ed aulico, peccato che il redattore che si è occupato della scelta delle immagini preferisca far risaltare il lato tragicomico della farsa

Si sancisce quindi una nuova narrazione, quella del destino Europeo con la Merkel in piena campagna elettorale novella campionessa sulla falsariga della Pulzella d’Orleans. D’altronde la Pulzella combatteva gli inglesi invasori del sacro suolo francese. Mentre Frau Merkel combatte sia l’indipendentista d’Albione, che lo sgarbato yankee, che il populismo imperante ma un po’ in recessione.

E’ ovvio che gli europeisti siano in brodo di giuggiole, preferendo per il momento tenere al sicuro gli eccessi d’entusiasmo per il miracolato Macron, risparmiandoci le fake news che subimmo ai tempi di Hollande.

I miracoli di Hollande
Chi dimentica è complice…

D’altra parte sia gli euroscettici che una piccola fetta di euroentusiasti a forza di sentir parlare il Cancelliere germanico hanno avuto più di un brivido lungo la schiena. Tedeschi e destino manifesto. L’Europa padrona del suo destino a guida Germanica. E obiettivamente pensando alla situazione della Grecia (situazione attuale, non hai tempi dello “spezzeremo le reni” e Camerata Richard vieni a darci una mano, anche se innegabilmente le reni greche di questi tempi di cure tedesche non se la passano troppo bene) andando a ripescare le parole di qualche ministro del Reich in tempi molto sospetti, un dubbio sorge legittimo:

We Germans do not depend on the love or grace of other nations; we live from our own national strength. The time is long past when Germany expected its salvation from abroad. Such international help was always lacking when it was most needed during the postwar period. It appeared only when international money and stock capital believed that it could earn vast profits that could be earned nowhere else by helping Germany. We could simply say that America is far away, with a big ocean separating us. What do we care about what they think, write, or say about us? That was fine as long as America’s highly developed hate campaign against Germany kept within certain bounds. But when it infects even official circles rather than merely newspapers and radio stations it becomes more serious.  

Joseph Goebbels, What doese America really want? 21 Gennaio 1939

In realtà sulla Merkel levatrice del destino manifesto entrambe le fazioni si sbagliano di grosso. Perché molta acqua è passata dai tempi del Gott mitt uns!

I motivi per cui l’Europa a trazione tedesca non è per nulla padrona del suo destino sono due, uno di ordine economico, l’altro “pratico”, così per così dire.

Motivo economico:

Istituto tedesco di statistica

L’Istituto Statistico tedesco fornisce una chiara panoramica dei partner commerciali tedeschi. I tedeschi sono la locomotiva d’Europa perché sono bravi, efficienti, grandi lavoratori, una razza superiore insomma. O più semplicemente perché grazie all’Euro, €, si ritrovano una moneta svalutata rispetto al Marco e alle altre divise dell’Europa divisa. E quindi possono esportare bene, in Europa, e non solo.

Gli Stati Uniti sono il principale importatore dei beni prodotti dalla fiorente locomotiva d’Europa. Seguiti dalla Francia e dal Regno Unito. Andando a vedere la bilancia commerciale Export/Import al primo posto il Regno Unito e poi gli USA

Stats 1

Ergo la Germania non ha nessunissima intenzione di “rovinare” i rapporti con così bravi clienti (Tra cui, è bene ricordare, ci siamo anche noi).

A rovinare i rapporti potrebbero essere proprio i genitori (leggi gli stati) dei clienti “stufi” di vedere i loro dollari e sterline spese dai loro figli (leggi i cittadini) per comprare macchine tedesche. Ecco perché Trump twittava “Bad Germany”, è lo stesso istituto di statistica tedesco a spiegarlo bene.

E guarda caso la cancelliera ha anche un secondo e pratico motivo per andare a miti consigli di fronte ai clienti americani e a chi li governa.

Il motivo “pratico”:

US Base
Autoesplicativo

«La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi» diceva un tal von Clausewitz, sempre tedesco, in tempi stavolta non sospetti. Considerando che in Germania (al 2016) c’erano di stanza più di 34.000 uomini, che pur essendo una forza considerevole (molti di più dei militari a stelle e strisce in Afghanistan, più del triplo di quelli in Italia) sono un numero ampiamente ridotto ai quasi 54.000 del 2011.

Forse i destini d’Europa sono in mano alla Germania. Se sono in mano alla Germania, allora sono in mano ai partner commerciali che consentono alla Germania di essere la locomotiva d’Europa. Ed è bene ricordare che uno di quegli importatori teneva “boots on ground” in Germania fino a 5 anni fa un numero comparabile a quello degli effettivi dell’esercito tedesco.

La Merkel potrà anche essere Cancelliere del Reich. Ma sulle fibbie dei cinturoni dei suoi soldati farebbe bene a scrivere “Trump mit uns“.

 

Ray Bradbury e Usher II, il trolling come una nobile arte

 

Della prima troll di cui la mitologia fa menzione. Di come i troll di oggi non siano altro che abili lanciatori di “pomi della discordia”. Del perché il film di Truffaut “Fahrenheit 451” abbia poco a che vedere col romanzo di Ray Bradbury. Del racconto breve “Usher II” e del brillante esempio di come il trolling sia una nobile arte.
Al tempo di internet i troll sono quei seminatori di discordia e zizzania che si divertono a provocare le comunità online per osservare e godere delle reazioni che ne scaturiscono.
Da Wikipedia: «In Internet slang, a troll (/ˈtroʊl/, /ˈtrɒl/) is a person who sows discord on the Internet by starting arguments or upsetting people, by posting inflammatory,[1] extraneous, or off-topic messages in an online community (such as a newsgroup, forum, chat room, or blog) with the intent of provoking readers into an emotional response[2] or of otherwise disrupting normal, on-topic discussion,[3] often for the troll’s amusement.»
Come Eris fece rotolare una mela d’oro in mezzo alle dee per scatenare una guerra per propria vendetta e piacere, così i troll ai tempi di internet si muovono prima suadenti tra le maglie della comunità web, poi via via ribaltano i preconcetti e il senso comune, per aizzare i membri della comunità tra di loro, o peggio per mettere a nudo le ipocrisie della civiltà.
Oggi, mentre impazza l’isteria su “fake news” e del “cyberbullismo” i troll rappresentano, secondo alcuni, un autentico pericolo non solo nei confronti delle “comunità online” e del loro “riflesso” reale ma nei confronti della società civile e della democrazia occidentale stessa.
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“Il pomo della discordia o della nascita del trolling” Il giudizio di Paride, Enrique Simonet, 1904

Forse non hanno tutti torti. In fondo la guerra di Troia e gli infiniti lutti che addusse agli Achei (per tacer dei Troiani) nascono da una lettura in chiave moderna proprio da ripetuti atti di trolling, Eris e il “pomo della discordia” (nome omen), ma non solo. Anche la questione che portò all’ira funesta – Briseide, Criseide eccetera – nascono da questioni di bullismo in campo Acheo.

O forse questa è solo una forzatura. Ma c’è un autore, insospettabile, che nel 1950 ci cantò di quanto può essere “amusement”, come direbbe wikipedia, un azione di trolling ben congegnata.
Autore insospettabile perché è Ray Bradbury. Quello che apparentemente è il “nonno buono del mulino bianco” della fantascienza. Mondi immaginari dove il paradosso del fantastico si accompagna a melanconici racconti di infanzia e adolescenza. Dove basta un sorriso per sconfiggere le forze del male. Dove, come ci insegna Truffaut, il potere dei libri ferma le dittature che li mettono al rogo e all’indice… Ma è proprio così?
Bradbury riteneva che il miglior adattamento cinematografico di un suo libro fosse “Qualcosa di sinistro sta per accadere”, non quella favoletta buonista di “Fahrenheit 451” di Truffaut.
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Qualcosa di sinistro sta per accadere, il Bradbury che ci piace… secondo Bradbury
E come ci insegna Bradbury in “Qualcosa di sinistro…”, per sconfiggere la Strega basta un sorriso… ma prima devi inciderlo sul proiettile con cui la colpirai. E di come il “bruciare i libri” in Fahrenheit 451 non sia l’atto di un regime totalitario ma di una democrazia ugualitaria, viene più volte ribadito nel libro stesso: quello di Fahrenheit è il più libero e felice dei mondi, sono i libri che vanno bruciati perché portano il dubbio e la tristezza.
F.451
Storie per la buonanotte della gauche caviar
Ma il passaggio in cui più lucidamente Bradbury perché nella sua visione si bruciano libri è nel racconto “Usher II” poi raccolto in “Cronache marziane”, del 1950. Anni di maccartismo, ma lasciamo che sia il protagonista del racconto, William Stendhal, a parlare: «All of his books were burned in the Great Fire. That’s thirty years ago — 1975 […] He and Lovecraft and Hawthorne and Ambrose Bierce and all the tales of terror and fantasy and horror and, for that matter, tales of the future were burned. Heartlessly. They passed a law. Oh, it started very small. In 1950 and ’60 it was a grain of sand. They began by controlling books of cartoons and then detective books and, of course, films, one way or another, one group or another, political bias, religions prejudice, union pressures; there was always a minority afraid of something, and a great majority afraid of the dark, afraid of the future, afraid of the past, afraid of the present, afraid of themselves and shadows of themselves.»

«Afraid of the word «politics» (which eventually became a synonym for Communism among the more reactionary elements, so I hear, and it was worth your life to use the word!), and with a screw tightened here, a bolt fastened there, a push, a pull, a yank, art and literature were soon like a great twine of taffy strung about, being twisted in braids and tied in knots and thrown in all directions, until there was no more resiliency and no more savor to it. Then the film cameras chopped short and the theaters turned dark. and the print presses trickled down from a great Niagara of reading matter to a mere innocuous dripping of «pure» material. Oh, the word «escape» was radical, too, I tell you!»

C’è un allusione al Maccartismo, e come ci spiega la sempre puntuale Wikipedia, si tratta chiaramente di leggi fascist(issim)e: «Bradbury hints at past events on Earth, set in 1975–30 years prior to the events in “Usher II”. The government sponsored a “Great Burning” of books and made them illegal, which leads to the formation of an underground society of book owners. Those found to possess books had them seized and burned by fire crews. Mars apparently emerged as a refuge from the fascist censorship laws of Earth, until the arrival of a government organization referred to only as “Moral Climates” and their enforcement divisions, the “Dismantlers” and “Burning Crew”. Bradbury would reuse the concept of massive government censorship (to the point of abolishing all literature) in his book Fahrneheit 451.»
Ma poco più avanti Stendhal fa notare come, ironia della sorte, l’unica produzione cinematografica consentita erano quelle tratte da Hemingway, in particolare “Per chi suona la campana”. 30 versioni cinematografiche diverse, una più realistica dell’altra. Incredibile come secondo Bradbury l’epopea internazionalista della guerra civile spagnola contro il franchismo spalleggiato da Italia fascista e Germania nazista diventi il titolo mainstream dell’oppressione e censura fascio-maccartista di cui parla Wikipedia! Ma è probabile che i Wikipediani che hanno scritto l’articolo abbiano, nella migliore delle ipotesi, solo visto il film… e non letto il libro. Sul non leggere i libri Bradbury e il suo protagonista Stendhal anno un’idea molto chiara, come vedremo.
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¡No pasarán! Nel mondo immaginario in cui si bruciano i libri dell’orrore, romanzi gotici, classici della fantascienza, favole per bambini, il mondo preludio di Fahrenheit c’era un unico film che i produttori potevano fare e rifare: Per chi suono la campana…….
 Ma battute a parte su quale opera realista di Hemingway si diverte a citare il giovane Bradbury, quando si legge: “C’è sempre una minoranza sempre spaventata da qualcosa ed una larga maggioranza che aveva paura del buio, paura del futuro, paura del passato, spaventata dal presente, da loro stessi e dalle proprie, stesse, ombre“.
Più che alla dittatura maccartista, il pensiero corre a social justice warriors e snowflakes… E alla loro visione di democrazia egualitaria e libertà di pensiero che ci fa rimpiagere, senza sarcasmo e senza ostalgie, la cara e vecchia DDR.
Ma torniamo alla storia Usher II. William Stendhal aveva visto bruciare la sua biblioteca da 50 mila volumi ed era scappato su Marte, assieme a Pikes, un attore trasformista specialista in ruoli dell’orrore. Meglio di Chaney, meglio di Lugosi, meglio di Karloff. E su Marte aveva edificato la Casa degli Usher, un simulacro perfetto di ogni fantasia gotica tratta Edgar Allan Poe, compreso lo scimmione della Rue Morgue (d’altronde Bradbury fu amico di Charles Addams, il creatore dell’omonima famiglia).
Ma Marte ricade nella giurisdizione della psicopolizia, l’Ispettorato per il Clima Morale, e la casa dovrà esser demolita una volta completata.
Ma prima della distruzione Stendhal organizza una grande festa, a cui invitare:
«What eminent sociologists! What clever psychologists! What tremendously important politicians, bacteriologists, and neurologists! There they stood, within the dank walls.
Eminent, eminent people, one and all, members of the Society for the Prevention of Fantasy, […] good clean citizens, every one, who had waited until the rough men had come up and buried the Martians and cleansed the cities and built the towns and repaired the highways and made everything safe. And then, with everything well on its way to Safety, the Spoil-Funs, the people with mercurochrome for blood and iodine-colored eyes, came now to set up their Moral Climates and dole out goodness to everyone. And they were his friends! »
Ma la festa è una trappola. Una trappola dove gli invitati credono di assistere a granguignoleschi quadri ispirati a Poe dove “recitano” androidi con le loro sembianze. Lentamente i simulacri si sostituiscono ai veri invitati che prendono il loro posto sulle macchine del supplizio.
Una crudele vendetta contro i benpensanti. Non solo. Un supplizio contro l’ignoranza dei benpensanti. Stendhal si rivolge all’Ispettore del Clima Morale:
«Do you know why I’ve done this to you? Because you burned Mr. Poe’s books without really reading them. You took other people’s advice that they needed burning. Otherwise you’d have realized what I was going to do to you when we came down here a moment ago. Ignorance is fatal, Mr. Garrett.»
Una perfetta, impeccabile, azione di trolling.
Forse che il trolling non sia una deprecabile azione ispirata dalla Dea della Discordia, ma l’unica azione di rappresaglie verso chi ha paura del buio, paura del futuro, paura del passato, terrore del presente, di se stesso e financo della sua stessa ombra, e soprattuto, ci vuole imporre le sue stesse fobie.
Una trollata vi seppellirà.

Una volta le bugie avevano le gambe corte… Oggi hanno i debunker – Parte 1, debunkando l’ovvio

Delle gambe corte delle bugie. Dalla morale di Al lupo al lupo al debunking.
Del debunking e del suo uso politico per combattere “sensazionalismi” e narrazione sgradite. Di quando la notizia sensazionale de “l’uomo che morde il cane” è solo senzazionalismo. Ovvero, di una nobile arte svilita a Monsieur Lapalisse.
Parrebbe che sulle storiche gambe corte oggi non si possa più fare affidamento, il mondo di oggi, e soprattuto l’informazione, corrono troppo veloci. E il semplice buon senso non basta più in tempi come questi dove l’informazione deve essere rapida ed URLATA!
Inevitabile, per orientarsi, cercare ove possibile voci terze, se non autorevoli almeno responsabili.
Non solo. Internet è un posto strano, dove la vecchia(?) morale di Al lupo Al lupo non vale più.
Se sai gridare bene Al lupo al lupo, continueranno a crederti, sia quando i lupi non ci sono, e racconti una menzogna, sia quando i lupi ci sono, e secondo la vecchia storia non ci dovrebbe essere nessuno ad aiutarti.
Doveroso chiedersi se i lupi ci siano quando uno grida al lupo. Doveroso verificarlo mentre le stesse frasi sono ripetute ad oltranza. Ma c’è il rischio che anche i “verificatori” si mettano ad inseguire il modus operandi di chi grida “Al lupo!” solo per suo tornaconto.
Il Web è il contesto ideale per questa sfida che si autoalimenta tra chi grida al lupo e chi si pone il problema se i lupi ci siano, o meno.
Un circolo vizioso, in cui una parte del pubblico, quello che fa il tifo per i debunker non è così diverso dal pubblico che fa il tifo per chi racconta balle sempre più grandi.
Anche il pubblico che vuole note e fact checking vuole leggere nuove smentite e nuovi debuking. E a quel punto, inevitabilmente, quando i fatti, in se, sono verificati e non possono essere smentiti a meno di non rovesciare la realtà, ecco che per soddisfare il proprio pubblico, i debunker talvolta per poter fare il fact checking all’ovvio si devono schierare contro i sensazionalismi.
“Sensazionalismi” di cui è difficile, impossibile, dare una definizione obiettiva.
Si arriva al punto che forse persino “l’uomo che morde il cane” diventa sensazionalismo se la notizia non è data in maniera conforme al debunker ed al suo pubblico.
Il fronte dei responsabili nell’esercitare l’azione di Monsieur Lapalisse ripetendo l’ovvio con pedanteria si ritrova ad usare  le stesse metodologie dei loro avversari. Contenuto informativo minimo, ma con un titolo urlato che promette “debunking” che non vi saranno. In poche parole “clickbaiting” usato dal fronte dei più acerrini nemici.
Esempio recente è l’articolo di Butac in cui pedantemente e con certa prolissità ci si affanna a spiegare di come la MOAB non sia la “madre di tutte le bombe”. Un articolo volto a combattere i sensazionalismi, ma che esso stesso è sensazionalismo, visto che persino i giornalisti poco addentro ai tecnicismi sanno la differenza tra armi “convenzionali” e atomiche.
MOAB-1
“Davvero MOAB è la madre di tutte le bombe?” ad un titolo siffatto verrebbe da aggiungere “clicca qui”
Si accusa di sensazionalismo i giornali che usano il termine “Madre di tutte le bombe”, ma la lettura dell’acronimo MOAB come Mother ecc. aleggia online dal marzo 2003.
Sia nella prima occorrenza della voce reperibile su Wikipedia, sia su global security che la cita nella prima occorrenza reperibile con Archive.org, marzo 2003.
Cosa c’è di sensazionalistico nell’utilizzare un termine “in uso” da 14 anni, e che accompagna la definizione dell’ordigno fin dall’inizio, visto che la progettazione è del 2002?
Questo l’articolo non lo spiega, proponendo una personale e gustosa classifica dove si mette in mezzo ad un po’ di esplosioni nucleari, un meteorite senza alcun criterio.
MOAB-2
Elenco di bombe e meteoriti(*)
Non solo non si capisce che c’entri il meteorite del 2013 (mettiamoci Tunguska o direttamente “quello dell’estinzione dei dinosauri), a quel punto tanto valeva mettere le mine sotterranee della prima guerra mondiale, o l’esplosione di Halifax (2,9 kiloton).
Ma soprattuto ci si concede l’errore che non ci si aspetterebbe da un debunker, scrivere quel “da ieri” che pur nella buona fede di sostenere la propria lettura di un argomento, è un’informazione falsa. Un errore.
MOAB-3
Non è “da ieri” e non è l’errore o l’invenzione di qualche sprovveduto titolista di un giornale online. Bensì l’errore di uno di quei benemeriti volontari che fanno della correttezza online una lotta che oggi assume anche una dimensione politica.
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(*) Quel “meteorite” è un tarlo. La prima cosa che è saltata all’occhio di quell’articolo, prima ancora di quel “da ieri”. Perché un meteorite in quell’elenco di bombe. Chiederlo nei commenti della pagina? Ma si rischia di passare da troll.
Poi l’illuminazione!
L’aver inserito la meteora è un chiaro omaggio alle “bombe planetarie” di Yamato 2199!
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Esempio di meteore, pardon bombe planetarie da Yamato 2199

 

Pareidolie e Complotti… Pubblicità e pareidolie… Ovvero come la Famiglia del Mulino Bianco divenne single

Dove si parla di famiglie del Mulino Bianco, ormai diventante single, di teorie del complotto, darwinisti ridanciani e facce sulla Luna
La pareidolia è una forma d’illusione: ci induce a riconoscere una forma nota in contesti puramenti causali.
Una conformazione cromatica, un’insieme di ombre, uno schema di linee, portano all’illusione visiva che ci sia un volto, un animale, qualcosa di familiare. La faccia che compare guardando la Luna piena, avete presente? Ecco, quella è la pareidolia.
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«Oddio! E non mi facevi scurda’ la cosa più importante? Scusami un momento, eh…Pubblicità!»
«Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…»
La Voce della Luna, Federico Fellini

È un fenomeno psicologico subcosciente ben noto, ma che al giorno d’oggi è relegato alla fugace ribalta delle cronache di internet quando qualche anziana signora troppo religiosa riconosce il volto di qualche santo in una fetta di pane tostato.
«Ah! Ah!» Risate per tutti.

Il ruolo della pareidolia è ormai quello di un fenomeno buono per l’internet dei meme e degli sbufalatori di professione. Quasi che il fenomeno non sia che un un glitch dell’imperfetta macchina uomo. Errore, la pareidolia rappresenta una caratteristica positiva plasmata da millenni di evoluzione. Materiale da darwinisti di stretta osservanza, gli stessi che poi superficialmente ironizzano sulla fede della signora di una certa età di cui sopra.
Wikipedia in italiano afferma: Si ritiene che questa tendenza, che è un caso particolare di apofenia, sia stata favorita dall’evoluzione, poiché consente di individuare situazioni di pericolo anche in presenza di pochi indizi, ad esempio riuscendo a scorgere un predatore mimetizzato.
Wikipedia in inglese va ben oltre. Premettendo che nelle pareidolie si tende ad identificare principalmente volti (la pensionata troppo religiosa afferma di vedere nel pane tostato il volto di un santo, non un giaguaro acquattato nell’ombra), l’ipotesi che spiegherebbe il fenomeno, sempre per gli evoluzionisti di stretta osservanza sarebbe la seguente:
This robust and subtle capability is hypothesized to be the result of eons of natural selection favoring people most able to quickly identify the mental state, for example, of threatening people, thus providing the individual an opportuinity to flee or attack pre-emptively.
In breve se io riconosco un volto inconsciamente da pochi elementi (linee ed ombre) saprò individuare inconsciamente anche lo stato emotivo di quel volto, e quindi se rappresenti una minaccia o meno.
La pareidolia è sì un illusione subcosciente, ma serve a identificare rapidamente minacce e a porre azioni in essere (tipicamente darsi alla fuga).
Minacce che potranno essere il più delle volte illusioni, ma che in quell’unico caso possono rapppresentare la differenza tra la vita e la morte.
In un esercizio di estrema ed ironica semplificazione, potremmo ben dire che mentre l’ominide da cui discende la signora troppo religiosa era impegnato a scappare dall’immagine pareidolica, il coevo antenato da cui discendono i dotti e saggi esponenti del CICAP era troppo impegnato a far notare all’altro come le ombre confuse e quelle macchie di colori non fossero certo una tigre dai denti a sciabola, bensì una tranquilla e fugace visione di un autunno nel neolitico.
Precisando che si tratta di una estrema semplificazione umoristica basata su artefatti metaforici, un po’ come quella operata da Serra su L’Amaca del 22 Gennaio 2017 in cui gli antenati schiavi di Obama e quelli texani del West di Trump sono chiaramente semplici allegorie, ma che per eccesso di precauzione è stata comunque oggetto di “debunking” http://www.butac.it/trump-cowboy-obama-lo-schiavo/
Ovviamente la pareidolia potrà scivolare nella pura e semplice paranoia, ma fintanto che non degenera è bene ricordare che resta un processo mentale a livello subcosciente che ci può allertare di fronte ad un potenziale pericolo. E che nel dubbio, meglio usare cautele.
Avventatamente forse la pareidolia non è l’unico esercizio di allerta subcosciente che si instaura nella macchina uomo.
Il cospirazionismo, o complottismo che dir si voglia, ne rappresenta una variante conscia. Anche qui la mente mette insieme dati frammentari del contesto storico-mediatico-culturale, e li interpreta cercando di trovarvi un disegno, magari con echi sinistri.
Come ricorda Douglas Adams nella Guida Galattica:
«All through my life I’ve had this strange unaccountable feeling that something was going on in the world, something big, even sinister, and no one would tell me what it was.»
«No,»said the old man, «that’s just perfectly normal paranoia. Everyone in the Universe has that.»
Semplice paranoia insomma. E che il cospirazionismo rappresenti un esempio conscio di paranoia gode di innumerevoli esempi, in cui il costrutto logico si trova di fronte a molteplici negazioni della sua stessi ipotesi di partenza, o in cui l’amore per i cliché narrativi crea un vero e proprio stile narrativo, arrivando a vertici come quella del Titanic affondato dai Gesuiti.
Nel caso del Titanic, e non solo quello, basta ricordare le immortali parole Napoleone Bonaparte: Mai attribuire alla malizia ciò che si spiega adeguatamente con l’incompetenza.
Nel cospirazionismo la paranoia e i cliché la fanno da padrone. Come dimostra Umberto Eco ne Il pendolo di Focault possono passare uno o più complotti, con gli stessi complotti che possono diventare un’unica costruzione cospirazionistica autoreplicante se stessa.
Un vero genere narrativo a sé stante.
Ma torniamo alla pareidolia, forse inutile nel mondo moderno, ma che certamente aveva una sua utilità evolutiva.
Riconoscere un pattern ed intuire a livello inconscio una situazione di potenziale pericolo.
Allo stesso modo non si potrebbe rispondere a Napoleone con il vecchio adagio di Pio XI portato al successo da Andreotti: A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina.
Certo, ma la paranoia?
A chi la Storia la conosce bene, talvolta dimostra che un po’ di sana paranoia non fa mai male.
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Incendio del Reichstag, è così importante sapere chi l’ha appiccato e perché?

Si potrebbe avere l’ardire di affermare che, da un punto di vista storico, se Marinus van der Lubbe abbia materialmente appiccato il fuoco al Reichstag nel 1933 sia del tutto irrilevante. Se l’abbia fatto di sua iniziativa spontanea o se fosse stato spinto da un complotto nazista volto a sfruttare la situazione. Irrilevante, quindi, che fosse o meno un false flag. Il fatto è che l’incendio del Reichstag giovò ai nazisti e il Reichstagsbrandverordnung rappresenta l’archetipo di tutte quelle leggi votate, anche democraticamente, che rappresentano sempre il primo chiodo sulla bara del rapporto tra Stato, Nazione e Cittadini.

Indipendemente dalla responsabilità di quell’atto il complotto sussiste perché una fazione ne ha giovato.
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O quello che conta è il risultato?
Non perché qualcuno abbia ordito una trama, o qualcuno abbia creduto ad esso.
Dallo stesso punto del meccanismo “evoluzionistico” la pareidolia esiste in quanto potrebbe esistere una potenziale minaccia, allo stesso modo, la cospirazione c’è perché c’è una minaccia potenziale.
L’errore nella lettura cospirazionistica è cercare a tutti costi ulteriori pattern, mandanti, trame, collegamenti, fino a costruire un genere letterario di finzione.
La premessa è sempre, come insegna Napoleone, che non c’è nessun complotto o cospirazione o trama occulta in corso.
Ma domandarsi perché certe pareidolie cognitive vadano tutte in una determinata direzione, può esser un esercizio del diritto di sopravvivenza, oltre quello di critica.
Esercizio che però rimane non oggettivo perché viziato dal bias paranoico della scrivente.
O qualcuno potrebbe trovarci una nostalgia per le pubblicità della propria infanzia…
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La si accusa di non essere mai esistita. Falso. Viveva nel mondo della Pubblicità… C’è forse oggi qualcosa di più realeP

Fatte le doverose premesse i due innocenti spot del noto store on-line Amazon, portano ad una pareidolia cognitiva sottilmente inquientante. Spot simmetrici, in ognuno una figura solitaria, maschio e femmina, che ha per compagnia un animale d’affezione triste e malinconico. L’infelicità dell’animale nasce da una menomazione (il cagnolino di lui è azzoppato, il pony di lei è troppo piccolo per stare con gli altri cavalli). Per ristabilire la serenità del proprio animale da affezione non resta che usare, in maniera molto creativa, il megastore online.

Arrivando al sottile e sicuramente non voluto paradosso che il cane riceve in dono un trasportino per infanti. Vicenda pubblicitaria narrata in quello che forse è il più inquietante tra i due spot, vista la vaga somiglianza con il Frodo Baggins cinematografico, che lo rende triste e malinconico quanto è più del suo animale d’affezione.

Chiaramente è una pareidolia, non c’è nessun complotto od oscura cospirazione che vuole trasformare i consumatori in solitari con l’unica compagnia di un animale d’affezione (che al momento non viene venduto online). E certamente c’è forse una forma di nostalgia verso le famiglie del Mulino bianco dell’infanzia televisiva (per tacer degli struggenti mici trovatelli Barilla con conseguente pranzo in famiglia).

Ma il diavolo si sa, è nei dettagli. Non è una questione di categoria merceologica (anche se Amazon ora vende anche alimentari), né di strategie commerciali dei tempi dell’Italia da bere degli anni’80. E’ una questione di modelli pubblicitari.

Il modello pubblicitario è ambivalente. La suggestione che creo intorno al prodotto è quella di farmi avvicinare al modello idealizzato che costruisco nella pubblicità. Non più la famiglia archetipica del Mulino bianco, bensì due solitari malinconici circondati da animali depressi. Con l’aggravante per il Lui dello spot di essere completamente devirilizzato (altro che Frodo) ed usare prodotti per bambini per un toy dog infortunato.

 

Certo c’è un sottotesto ironico: si comprano cose per usarle fuori dal contesto originario. Ma il dubbio che i due single e i rispettivi animali, rappresentino la famiglia del Mulino contemporaneo.
Impossibile da determinare al momento.
Il fatto che i due sembrino usciti direttamente dal Teorema dell’amore svedese? Il nuovo documentario di Erik Gandini che i radical chic che lo avevano acclamato per Videocracy hanno bellamente ignorato.
Un caso, no solo una paredolia cognitiva.

Da Luther Blisset all’Ailanthus Altissima

Dove si pubblicizza di un articolo sul mensile Storia in Rete dedicato a bizzarre questioni che riguardano i romanzi storici, il New Italian Epic, i giochi di ruolo dal vivo e le piante infestanti.

Da Storia in Rete, Febbraio 2017

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Qui potete trovare il numero della rivista in PDF

Solo un cenno alla questione delle piante infenstanti che potrebbe essere erroneamente scambiato solo per una boutade ironica.

L’ironia c’è, ma la questione dell’Ailanto o Paradiso, l’albero proveniente dalla Cina, importato per la gioia dei Cantonieri che sfruttavano le sua capacità di crescita miracolosa per rafforzare le massicciate delle strade è più seria di quanto sembri.

La nostra è una terra di cipressi, castagni, olivi. Una terra che nella sua varietà trova la sua bellezza. L’Ailanto, per quanto la singola pianta può essere maestosa, ineluttabilmente tende a soffocare qualunque altra forma di vita vegetale. Persino le pur infestanti acacie svaniscono di fronte alle capacità di conquista dei “paradisi”.

Per salvare quel po’ che rimane della nostra e del nostro paesaggio, bisognerebbe fare attenzione anche a questi “dettagli”.